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La legna e i cambiamenti climatici

Nonostante il clima abbia sempre subito cambiamenti dovuti a cause naturali, le variazioni climatiche avvenute nel XX secolo – e in particolare negli ultimi 40 anni – sono considerate anomale dalla comunità scientifica se confrontate con le variazioni degli ultimi 1000 anni. La stragrande maggioranza degli scienziati concorda ormai sul fatto che il riscaldamento globale sia inequivocabilmente e in gran parte attribuibile all’influenza delle attività umane, e sia dovuto alla presenza di crescenti concentrazioni di gas climalteranti che accentuano il naturale “effetto serra” che si realizza nell’atmosfera grazie all’assorbimento dei raggi infrarossi irraggiati dalla superficie terrestre e al conseguente trattenimento del calore. Se non verranno istituite efficaci politiche di riduzione delle emissioni climalteranti, i cambiamenti climatici attesi per il futuro potranno portare a gravi impatti per l’ambiente naturale; per questo motivo è dunque necessario ridurre in modo sostanziale le emissioni di gas climalteranti attraverso interventi strategici pianificati a livello mondiale, e declinati a livello locale. La combustione delle biomasse legnose non comporta emissioni aggiuntive di CO2 (biossido di carbonio) - il principale dei gas climalteranti - in atmosfera in quanto la legna è un combustibile biogenico, ossia generato per fotosintesi a partire da carbonio già presente in atmosfera. La legna da ardere è quindi un interessante combustibile alternativo ai combustibili fossili in quanto il suo utilizzo permette di ridurre le emissioni di gas serra, ed è una fonte energetica rinnovabile. In alcuni casi, però, i contributi della combustione della legna ai cambiamenti climatici non sono nulli perché possono derivare da meccanismi che coinvolgono inquinanti diversi dal biossido di carbonio; tali contributi derivano principalmente dall’emissione di composti gassosi e particolati, che hanno un effetto riscaldante. In condizione di cattiva combustione la legna da ardere emette metano - uno dei sei gas considerati dal Protocollo di Kyoto - e soprattutto notevoli quantità di fuliggine, chiamata anche “black carbon” o “fumo nero” o anche Carbonio elementare. Il black carbon è un fortissimo agente climalterante: sul medio termine (100 anni) il suo effetto medio riscaldante è circa 500 volte quello della CO2 mentre sul breve termine (20 anni) è valutato oltre 2000 volte quello della CO2. Ultimamente la comunità scientifica pone grande attenzione anche al “brown carbon”, un aerosol organico che si origina da sostanze organiche volatili (VOC) e sostanze umiche. L’effetto del brown carbon sul clima è ancora incerto e controverso: da un lato esso è in grado di assorbire la radiazione ultravioletta e quindi avere un effetto riscaldante per l’atmosfera, seppure nettamente minore del black carbon; dall’altro non assorbe la radiazione infrarossa e quindi porta a un raffreddamento della superficie. Solo se brucia bene la legna è una fonte energetica che contrasta i cambiamenti climatici! La combustione di 1 t di legna permette di evitare l’emissione di circa 80 kg di CO2 se bruciata in un camino aperto, e di circa 900 kg di CO2 se bruciata con una stufa efficiente. Se si considerano le emissioni di black carbon e di metano di un camino aperto (o di una stufa poco efficiente) la combustione della legna ha un effetto negativo anche dal punto di vista delle emissioni climalteranti. In altre parole, una cattiva combustione della legna può far perdere il vantaggio ambientale di non utilizzare carbonio fossile. Per le stufe a pellet - o per le stufe a legna che bruciano in condizioni ottimali - il bilancio della CO2 è invece largamente favorevole, in misura maggiore tanto più la distanza di approvvigionamento della biomassa legnosa è ridotta.
Fonte ARPA Lombardia